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Novi_08 - Copia - VALTORTAVOX

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Lettura di: UNA VOCE AMICA


08 GESÙ FERITO e INSANGUINATO • Quaderni_19430628

28 giugno 1943
  Dice Gesù:
  «“Siate perfetti voi tutti che amo di un amore di privilegio. Vivete da angeli voi che costituite la mia Corte sulla Terra”.
   Se per tutti è fatto l’invito[89]  amoroso d’essere perfetti come il Padre mio, per coloro che ho eletti a  miei intimi ed amici ciò diviene un soave comando. Essere miei  discepoli - non nel senso vago che è detto di tutti i cristiani, ma nel  senso proprio con cui chiamavo: discepoli e amici, i miei dodici - è  grande onore, ma importa grande dovere.
   Non basta più la  piccola perfezione, ossia il non commettere colpe gravi e l’ubbidire  alla Legge nelle sue regole più marcate. Occorre raggiungere la finezza  della perfezione, seguire la Legge sino nelle più lievi sfumature, direi  quasi anticiparla con un di più. Come i bambini che non  soltanto vanno verso la casa del padre, camminando a fianco di chi li  conduce, ma corrono avanti festosi, superando fatiche e ostacoli di un  sentiero più difficile per arrivare più presto, perché il loro amore li sprona.
   La casa del Padre vostro è in Cielo; l’amore è quello che vi sprona a superare, volando, ogni difficoltà  per raggiungere presto il Cielo dove il Padre vi attende con le braccia  già aperte all’abbraccio. Perciò non solo il mio discepolo deve  ubbidire alla legge nelle cose grandi che ho imposto a tutti, ma deve interpretare il mio desiderio, anche non espresso, che voi facciate il massimo bene che potete, desiderio che l’amante comprende perché l’amore è luce e scienza.
   Adesso ti spiego due punti[90]  del Vangelo. Uno è di Matteo e uno di Luca. In realtà sono un’unica  parabola, ma espressa con qualche differenza. Che nei miei evangelisti  si trovino queste differenze non deve fare stupore. Quando scrivevano  quelle pagine erano ancora uomini. Già eletti, ma non ancora  glorificati. Perciò potevano commettere sviste ed errori, di forma, non  di sostanza. Solo nella gloria di Dio non si erra più. Ma per  raggiungerla essi dovevano ancora molto lottare e soffrire.
   Soltanto uno degli evangelisti è di una esattezza fonografica nel  riportare quanto Io dissi. Ma quello era il puro e l’amoroso. Rifletti  su ciò. La purezza e la carità sono tanto potenti che permettono di  capire, ricordare, trasmettere, senza l’errore neppure d’una virgola e  di una riflessione, la parola mia. Giovanni era un’anima su cui  l’Amore scriveva le sue parole, e lo poteva fare perché l’Amore non si  posa e non ha contatto altro che coi puri di cuore, e Giovanni era  un’anima verginale, pura come quella d’un pargolo. Non ho affidato mia  Madre[91] a Pietro, ma a Giovanni perché la Vergine doveva stare col vergine. Ricorda bene questo: che  Dio non si comunica con chi non ha purezza di cuore, conservata dalla  nascita o riottenuta con assiduo lavoro di penitenza e d’amore, sostanze  spirituali che rendono all’anima quella candida freschezza che attira  il mio sguardo e ottiene la mia parola.
   Dicono dunque i miei  evangelisti che un personaggio - l’uno dice: re, l’altro fa capire che è  un ricco signore - fece un grande convito, di nozze probabilmente,  invitando molti amici. Ma questi addussero delle scuse, dice Luca, e  Matteo rincara: se ne infischiarono. Purtroppo col vostro Dio non  adducete neppure delle scuse e ai suoi inviti rispondete sovente  infischiandovene.
  Allora il padrone del convito, dopo avere punito  i maleducati, per non sprecare inutilmente i viveri già preparati,  mandò i suoi servi ad adunare tutti i poveri, gli zoppi, gli storpi, i  ciechi che erano intorno alla casa, già in attesa degli avanzi, oppure  che accorrevano, combattuti fra il timore e il bisogno, da tutto il  paese. L’ordine era di aprire a questi la sala e farli sedere a mensa  dopo averli puliti e rivestiti a dovere. Ma la sala non era ancora  piena. Allora quel ricco ordina ai servi di uscire nuovamente e invitare  chiunque, anche usando una dolce violenza. Entrano così non soltanto i  poveri che si aggirano intorno alle case dei ricchi, ma anche coloro che non ci pensavano, convinti come erano di essere sconosciuti al padrone e di non avere bisogno di nulla.
    Quando la sala fu piena, entrò il ricco signore e vide uno - non è  detto se fosse un povero o un passante, ma è particolare di poco conto -  che si era levato la veste di nozze, il che fa pensare fosse un passante ricco e superbo  e non un povero convinto d’esser un bisognoso. Allora il padrone  sdegnato, vedendo spregiato il suo dono e calpestato il rispetto per la  dimora dell’ospite, lo fa cacciare perché nulla di contaminato deve  entrare nella sala delle nozze.
  Ora ti spiego la duplice parabola.
   Gli invitati sono coloro che Io chiamo con vocazione speciale, grazia  gratuita che Io concedo come invito all’intimità nel mio palazzo con Me  stesso, come elezione alla mia Corte. I poveri, i ciechi, i monchi, i  deformi sono coloro che non hanno avuto speciali chiamate e aiuti e che  coi loro soli mezzi non hanno potuto conservare o raggiungere ricchezza  spirituale e salute, ma anzi hanno, per imprudenze naturali, aumentato  la loro infelicità. Sono cioè i poveri peccatori, le anime deboli,  povere, deformi, le quali non osano presentarsi alla porta, ma si  aggirano nei pressi del palazzo attendendo una misericordia che li  ristori. I passanti frettolosi, che non si curano di ciò che avviene  nella dimora del Signore, sono coloro che vivono nelle religioni più o  meno rivelate o nella loro personale che ha nome: denaro, affari,  ricchezze. Costoro credono di non avere bisogno di conoscermi.
  Ora  si verifica il fatto che sovente i chiamati da Me trascurano il mio  appello, se ne disinteressano, preferiscono occuparsi di cose umane  invece di dedicarsi alle cose soprannaturali. Allora Io faccio entrare i  poveri, i ciechi, gli zoppi, i deformi; li rivesto della veste di  nozze, li faccio assidere alla mia mensa, li dichiaro ospiti miei e li  tratto da amici. E chiamo anche quelli che sono fuori della mia Chiesa,  li attiro con insistenza e cortesia, li costringo anche con dolce  violenza.
  Nel mio Regno c’è posto per tutti, e mia gioia è farvi  entrare molti. Guai però a coloro che, eletti da Me per vocazione, mi  trascurano preferendo dedicarsi a cose naturali. E guai a coloro che,  benignamente accolti pur non essendone meritevoli, e rivestiti dalla mia  magnanimità con la grazia che ricopre e annulla le loro brutture, si  levano la veste nuziale mancando di rispetto a Me e alla mia dimora,  dove nulla di indegno deve circolare. Saranno espulsi dal Regno perché avranno calpestato il dono di Dio.
    Delle volte, fra i peccatori e i convertiti Io vedo anime così belle  e così riconoscenti che le eleggo a mie spose, al posto d’altre, già  chiamate, che mi hanno respinto.
  Tu, Maria, eri una poverella,  mendicante, affamata, affannata, senza vesti. Dopo avere cercato da te  di saziare la tua fame, di calmare il tuo affanno, di coprire le tue  miserie, senza riuscirvi, ti sei accostata alla mia Dimora avendo compreso che solo in essa è pace e ristoro vero.  Ed Io ti ho accolta, mettendoti al posto di un’altra che, vocata da Me,  ha respinto la grazia, e vedendoti riconoscente e volonterosa ti ho  eletta a sposa. La sposa non resta nella sala del convito. Penetra nella  camera dello sposo e ne conosce i segreti. Ma guai se in te si  assopisse la buona volontà e la riconoscenza. Devi continuare a lavorare  per piacermi sempre più. Lavorare per te, per ringraziarmi d’averti  chiamata. Lavorare per l’altra, che ha respinto le mistiche nozze,  perché si converta e torni a Me. Chi sia lo saprai un giorno.
  Ora  pasciti della mia mensa, rivestiti delle mie vesti, scaldati al mio  fuoco, riposati sul mio cuore, consolami delle defezioni dei vocati,  amami per riconoscenza, amami per riparare, amami per impetrare, amami  per aumentare i tuoi meriti. Io do la veste nuziale a chi amo di un  amore di predilezione. Ma l’amata deve, con una vita di perfezione  angelica, sempre più ornarla. Non devi mai dire: “Basta”. Il tuo Sposo e  Re è tal Signore che la veste della sposa deve essere ricoperta di  gemme onde essere degna di vestire la prescelta a sedere nel palazzo del  suo Signore.»
  Dice ancora Gesù:
  «Questa volta mi ti mostro  sotto altra veste. L’Eucarestia è Carne, ma è anche Sangue. Eccomi nella  veste di Sangue. Guarda come trasuda e sgorga in rivoli sul mio Volto  sfigurato, come scorre lungo il collo, sul torso, sulla veste,  doppiamente rossa perché intrisa del mio Sangue. Vedi come bagna le mani  legate e scende sino ai piedi, al suolo. Sono proprio Colui che pigia  l’uva di cui parla[92] il Profeta, ma il mio amore ha pigiato Me.  Di questo Sangue che ho profuso tutto, sino all’ultima goccia, per  l’Umanità, ben pochi ne sanno valutare il prezzo infinito e fruire dei  meriti potentissimi.
  Ora Io chiedo, a chi lo sa guardare e capire,  di imitare Veronica ed asciugare col suo amore il Volto sanguinoso del  suo Dio. Ora Io chiedo a chi mi ama di medicare con il suo amore le  ferite che continuamente gli uomini mi fanno. Ora Io chiedo, soprattutto,  di non lasciare sperdere questo Sangue, di raccoglierlo con attenzione  infinita, nelle più piccole stille, e spargerlo su chi del mio Sangue  non si cura.
  Nel mese che sta per finire, molto ti ho parlato del  mio Cuore e del mio Corpo nel Sacramento. Ora, per il mese del mio  Sangue, ti farò pregare il Sangue mio. Di’ dunque così:
   “Divinissimo Sangue, che sgorghi per noi dalle vene del Dio umanato,  scendi come rugiada di redenzione sulla terra contaminata e sulle anime  che il peccato rende simili a lebbrosi. Ecco, io ti accolgo, Sangue del  mio Gesù, e ti spargo sulla Chiesa, sul mondo, sui peccatori, sul  Purgatorio. Aiuta, conforta, monda, accendi, penetra e feconda, o  divinissimo Succo di Vita. Né ponga ostacolo al tuo fluire  l’indifferenza e la colpa. Ma anzi per i pochi che ti amano, per gli  infiniti che muoiono senza di Te, accelera e diffondi su tutti questa  divinissima pioggia, onde a Te si venga fidenti in vita, per Te si sia  perdonati in morte, con Te si venga nella gloria del tuo Regno. Così  sia”.
  Ora basta. Alla tua sete spirituale Io porgo le mie vene  aperte. Bevi a questa fonte. Conoscerai il Paradiso e il sapore del tuo  Dio, né mai quel sapore ti verrà meno se tu saprai venire sempre a Me  con le labbra e l’anima mondate dall’amore.»
  Il mio Gesù aveva  cominciato a parlare alle 4 di mattina, fra le pause del mio  dormiveglia. Scendeva la parola come una goccia di luce nei risvegli e  naufragava nei ritorni di sonno perché sono così spossata e stanca...  Era come se Gesù fosse curvo sul mio letto e mi dicesse una parola di  tanto in tanto[93]. Però, venuta l’ora di sedermi e muovermi,  scuotendo il sonno, quelle parole, che erano state ripetute più volte,  come ritornello di una spirituale ninna-nanna, rifulsero vivamente nella  mia mente. Sono le due prime frasi del primo brano del 28: “Siate  perfetti... Vivete da angeli”. Dietro a quelle si snodarono le altre  frasi. Ben poco rimaneva da dire quando venne lei con la S. Comunione. E  fu tutto terminato subito dopo.
  L’altro brano, come lei può  capire facilmente, è una vista interna (si dice così?) del mio Gesù  ferito e gocciante sangue. Non è il bel Gesù biancovestito, ordinato,  maestoso, delle altre volte, e non è il fulgente Pargolo dell’ultima  volta, sorridente dal seno di Maria.
  È un triste, tristissimo  Gesù, le cui lacrime si mescolano al sangue, contuso, spettinato,  sporco, strappato nella veste, con le mani legate, con la corona ben  fitta sul capo. Vedo distintamente la corona di grosse spine, non lunghe  ma fitte fitte, che penetrano e sgraffiano le carni. Ogni capello ha la  sua goccia di sangue, e sangue scende, in rivoletti, dalla fronte sugli  occhi, lungo il naso, giù per la barba e il collo, sulla veste, goccia  sulle mani, e sembra più rosso tanto esse sono pallide, bagna la terra  dopo aver bagnato i piedi. Ma quello che è tristissimo a vedersi è lo  sguardo... Chiede pietà e amore, e tradisce, sotto la sua rassegnata  mansuetudine, un dolore infinito.
  Anche qui, se fossi  capace, vorrei poterlo disegnare per lei e per me. Perché, se penso  bene, nessun quadro di Gesù e Maria che io conosca assomiglia a ciò che  vedo. Né nei tratti, né nell’espressione. Questa soprattutto manca nelle  opere di autori. Ma divenire pittrice io... Nulla è impossibile a Dio, è  vero, ma questa è cosa grossa!... E credo che il buon Dio non lo farà,  anche perché non me ne compiaccia...

[89] invito che è in Matteo 5, 48.
[90] due punti, cioè Matteo 22, 1-14 e Luca 14, 16-24.
[91] ho affidato mia Madre… a Giovanni, in Giovanni 19, 26-27.
[92] parla in Isaia 63, 1-6.
[93] di tanto in tanto è nostra correzione di dentro per dentro, espressione tipica di Maria Valtorta, che correggeremo ancora, senza più annotarla, ogni volta che si ripresenterà.

Eventuali violazioni ai DIRITTI d'AUTORE, se DEBITAMENTE SEGNALATE a ezio1944@gmail.com - VERRANNO IMMEDIATAMENTE RIMOSSE
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