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Novi_05 - Copia - VALTORTAVOX

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Lettura di: UNA VOCE AMICA


05 • ORA SANTA di GESÙ • Quaderni_19440614

Rifletto su “Nennolina”  e Gesù mi dice:
«Abbi un lume sulla  potenza che è il Paradiso. Pensa che questa creaturina, che appena aveva  raggiunto l’uso di ragione, ora, lassù nella Patria dei figli di Dio,  possiede un’intelligenza e un sapere per nulla inferiore di quello del  più dotto e più longevo dei mistici dottori.
Il mio e tuo Giovanni,  morto centenario dopo aver conosciuto i misteri più alti di Dio; Paolo,  l’apostolo scienziato; Tommaso, l’angelico dottore; e con questi tutti i  giganti del vero sapere, non possono aggiungere una luce a quella Piccola, mia santa.
 Lo Spirito Santo, di cui fu precoce sposa sulla Terra, e alla quale in  abbracci di fuoco insegnava ciò che non insegna ai sapienti superbi e  umani, fondendola a Lui in questa Patria beata – sulla soglia della  quale trovate a dirvi: “Entra e godi, o mia diletta” il Dio Uno e Trino –  ha infuso la perfezione del sapere a questa Piccola così come l’infonde  agli adulti e ai dotti. Perché ogni vostra sapienza è sempre imperfetta  e solo diviene perfetta quando possedete Dio. Dio-Verità. Dio-Amore.
 Qui nulla vi è di imperfetto. Ai suoi santi Dio comunica le sue  proprietà. Vi fa simili a Lui che vi rimane Re, per giustizia, massima  Perfezione perciò, ma che vi è Re che vi apre tutti i suoi tesori e di  essi vi copre e penetra.
Quando hai visto il Paradiso hai detto  che  ti sembrava che gli spiriti avessero, là, un’età unica, e che solo  nella gravità dello sguardo e dei tratti si rivela l’età più o meno  adulta. Questo ti è stato mostrato perché tu sei ancora della Terra e  non avresti potuto comprendere e distinguere altrimenti.
Ma qui non  vi è età. Lo spirito è eternamente giovane come nel momento in cui Dio  lo creò per darvelo come anima alla vostra carne. Sino al momento in cui  la risurrezione della carne vi ricoprirà di carne glorificata, gli  spiriti sono incorporei e uguali. Quando vi appaiono, nelle apparizioni  che Io permetto per vostro bene, vi appaiono in forma corporea per pietà  della vostra umana incapacità di percepire ciò che non è materia. Si  materializzano perciò per esser sensibili a voi.
Ma qui è luce che canta le lodi a Dio e basta. Luce. Amore. Sapienza.»
 Dato che Gesù si era messo a farsi sentire proprio mentre mi accingevo a  pregare, io gli dico: “Ma Gesù! A questo modo io non posso più pregare!  Dopo sono stanca, e non riesco più”.
E Lui, con un sorriso che se non temessi di esser irrispettosa chiamerei “sbarazzino”, mi risponde:
«È proprio quello che voglio. Tu mi appartieni tutta.  Nel bene e nel male. Sì. Anche nel male. Non sei contenta che Io ti  prenda anche quando sei imperfetta per rendere perfetto, annullando le  tue manchevolezze, quello che fai? E allora devi essere contenta anche di sacrificarmi quello che è buono, e nel compire il quale ti dici: “Ora faccio bene”.
 Il tuo bene! O mio piccolo moscerino! Le tue devozioni sono… devozioni.  In esse entrano l’abitudine, lo scrupolo, la paura che se non le dici  Io non ti ascolti e benedica, le distrazioni. Io non le voglio. Te le  lascio per le ore in cui ti voglio far sentire che sei… meno ancora di  un moscerino. Che sei una larva di moscerino, ancora senza ali per  volare in cima ad una margherita di campo.
Ma quando Io piombo su  te, ti rapisco nell’orazione. Io sono l’Aquila. L’aquila vola nel più  alto del cielo, sale, sale, sale sempre più nell’azzurro a cerchi  concentrici e guarda il sole. I suoi occhi guardano il sole senza averne  abbaglio. Anzi più lo guardano e più forti si sentono. L’aquila ai suoi  pesanti nati, che hanno paura a lasciare il nido a perpendicolo sul  burrone, insegna l’ebbrezza del volo prendendoli uno per uno nei vanni  robusti e portandoli su, su, su con sé. Inebriati di luce, non possono  più sopportare l’antro nella roccia e, senza più paura dell’orrido che  sta loro sotto, aprono le ali e si lanciano… Incontro al sole, nelle  altezze. Hanno imparato ad essere aquile. Prima non erano che pulcini  come quelli dell’oca. Hanno imparato a volare. A non conoscere più  lordura e fango. A vivere di sole. E solitarie.
Perché – piccoli  uomini che non sapete le meraviglie dei miei creati o le sapete tanto  male ed Io ve le insegno – l’aquila fa proprio così per fare dei suoi  pulcini degli aquilotti. E quando li vede avidi di azzurro e di sole, li  lascia, sorvegliandoli sempre. Come Io faccio con te.
E loro aprono  le ali, per istinto e per desiderio. Istinto di reggersi. Hanno intuito  che quelle due lunghe cose che babbo e mamma muovono e che loro non  hanno mai aperto, servono per reggersi in quel bell’azzurro. E cedono al  desiderio di fare come essi e di tuffarsi in quell’azzurro che sale  sempre, che pare un muro e che non è che aria sempre più pura.
E  l’aquila adulta, più alta, li segue. E se, stanco o debole, uno cede  dopo breve volo e precipita, si precipita essa pure, lo afferra, lo  salva, lo riporta al nido e lo corrobora più degli altri, per farlo  pronto al nuovo volo il dì dopo. E così finché gli insegna le vette dove  è bello vivere soli, da re, per fare di ogni vetta un regno assoluto in  cui re e regina si amino in vortici di luce e di voli.
E che faccio Io di diverso con te?
L’orazione  è volo d’aquila. La devozione è tremolio annaspante di alucce di  moscerino che a fatica si impossessa del grembo di un fiore per godersi  il suo briciolo di sole.
Ed Io ti prendo quando ti voglio. E ti  porto con Me. Ora ti poso. Sei stanca? Riposa. Dimmi solo che mi ami.  Mi basta. E sta’ pronta al nuovo volo. Non lo capisci che sono il tuo  Signore, così assoluto che quel che voglio voglio?»
Ora Santa di Gesù
«“Se non ti laverò non avrai parte nel mio Regno”.
Anima che amo, e voi tutti che amo, udite. Io sono che vi parlo, perché voglio passare con voi quest’ora.
 Io, Gesù, non vi allontano dal mio altare anche se ad esso venite con  l’anima lesa da piaghe e malattie o avvolta in liane di passioni che vi  mortificano nella vostra libertà spirituale, dandovi legati in potere  della carne e del suo re: Lucifero.
Io sono sempre Gesù, il Rabbi di  Galilea, quello che i lebbrosi, i paralitici, i ciechi, gli ossessi,  gli epilettici chiamavano a gran voce dicendo: “Figlio di Davide, abbi  pietà di me”. Io sono sempre Gesù, il Rabbi che tende la mano a colui  che affoga e gli dice: “Perché dubiti di Me?”. Io sono sempre Gesù, il  Rabbi che dice ai morti: “Alzati e vai. Lo voglio. Esci dal tuo sonno di  morte, dal tuo sepolcro, e cammina” e vi rendo a chi vi ama.
E chi  vi ama, o miei diletti? Chi vi ama di amore vero, non egoista, non  mutabile? Chi vi ama di un amore non interessato, non avaro, ma unica  sua mèta è quella di darvi ciò che per voi ha accumulato e dirvi:  “Prendi. È tutto tuo. Tutto questo l’ho fatto per te, perché sia tuo e  tu ne goda”? Chi? L’eterno Dio. Ed Io a Lui vi rendo. A Lui che vi ama.
 Io non vi allontano dal mio altare. Perché quell’altare è la mia  cattedra, è il mio trono, è la dimora del Medico che guarisce ogni male.  Da qui Io vi insegno ad avere fede. Da qui, Re di Vita, vi dono la  Vita. Da qui mi curvo sulle vostre malattie e le risano con l’alito del  mio amore.
Faccio più ancora, o figli. Scendo da questo altare e vi  vengo incontro. Eccomi che mi faccio alla soglia di queste mie case dove  troppo pochi entrano e in meno ancora vi entrano con fede sicura.  Eccomi che, figura di pace, mi affaccio sulle vostre vie dove passate  accasciati, avvelenati, arsi dal dolore, dall’interesse, dall’odio. Ecco  che vi tendo le mani perché vi vedo vacillare stanchi sotto il peso di  macigni che vi siete imposti e che hanno preso il posto di quella croce  che Io vi avevo data in mano perché vi fosse sostegno come lo è il  bordone per il pellegrino. Ecco che vi dico: “Entra. Riposa. Bevi”,  perché vi vedo esausti, assetati.
Ma voi non mi vedete. Mi passate  accosto, mi urtate, talora per malanimo, talora per offuscamento di  vista spirituale, mi guardate delle volte. Ma sapete di essere sozzi e  non osate accostarvi al mio candore di Ostia divina. Ma questo Candore  vi sa compatire. Conoscetemi, uomini, che di Me diffidate perché non mi  conoscete.
Udite. Io ho voluto lasciare la Libertà e la Purezza che  sono l’atmosfera del Cielo e scendere in questa vostra carcere, in  quest’aria impura, per aiutarvi, perché vi amo. Più ancora ho  fatto: mi sono privato della mia libertà di Dio e mi sono reso schiavo  di una carne. Lo spirito di Dio chiuso in una carne, l’Infinità serrata  in un pugno di muscoli e ossa, soggetta a sentire le voci di questa  carne a cui è pena il freddo e il sole, la fame, la sete, la fatica.  Tutto potevo ignorare. Ho voluto conoscere le torture dell’uomo decaduto  dal suo trono di innocente per amarvi di più.
Non mi è  bastato ancora. Ho voluto – poiché per compatire bisogna patire ciò che  patisce chi si compatisce – ho voluto sentire l’assalto di tutti i  sentimenti per sentire le vostre lotte, per capire quale astuta  tirannide vi pone nel sangue Satana, per comprendere come è facile  rimanere ipnotizzati dal Serpente se si abbassano un solo momento gli  occhi sul suo sguardo fascinatore, dimenticando di vivere nella luce.  Perché nella luce non vive il serpe. Va nei recessi ombrosi che paiono  riposanti e sono unicamente insidiosi. Per voi queste ombre hanno nome:  donna, denaro, potere, egoismo, senso, ambizione. Vi eclissano la Luce  che è Dio. In mezzo ad esse è il Serpente: Satana. Pare un monile. È la  corda per il vostro strangolamento. Ho voluto conoscere ciò perché vi amo.
 Non mi è bastato ancora. A Me sarebbe bastato. Ma la Giustizia del  Padre poteva dire alla sua Carne: “Tu hai trionfato dell’insidia.  L’uomo-carne come Te, ora, non sa trionfare, e perciò sia punito perché  Io non posso perdonare a chi è sozzo”. Ho preso su Me le vostre sozzure.  Quelle passate, quelle del momento e quelle future. Tutte. Più di  Giobbe, immerso in un letamaio putrido per fare velo alle sue piaghe, Io  fui quando, sommerso dal peccato di tutto un mondo, non osavo neppur  più alzare gli occhi a cercare il Cielo e gemevo sentendo pesare su Me  il corruccio del Padre accumulato da secoli, cosciente delle colpe  avvenire. Un diluvio di colpe sulla Terra, dalla sua alba alla sua  notte. Un diluvio di maledizioni sul Colpevole. Sull’Ostia del Peccato.
 O uomini! Più innocente di un pargolo che la madre bacia al ritorno dal  suo battesimo Io ero. E di Me inorridì l’Altissimo perché ero il  Peccato, avendo preso su Me tutto il peccato del mondo. Ho sudato di  ribrezzo. Sangue ho sudato per il ribrezzo di questa lebbra su Me che  ero l’Innocente. Il sangue m’ha rotto le vene nello schifo di questo  fetido stagno in cui ero sommerso. E a compiere questa tortura, a  spremere dal cuore il mio sangue, si è unito l’amaro di esser maledetto,  perché non ero in quell’ora il Verbo di Dio: ero l’Uomo. L’Uomo. Il Colpevole.
Posso, Io che ho provato, non comprendere il vostro avvilimento e non amarvi perché siete avviliti? Vi amo per questo.  Non ho che ricordare quell’ora per amarvi e chiamarvi: “Fratelli!”. Ma  chiamarvi così non basta perché il Padre vi possa chiamare: “Figli”. Ed  Io voglio che così vi chiami. Che fratello sarei se non vi volessi meco  nella Casa paterna?
Ecco allora che vi dico: “Venite ché Io vi  lavi”. Nessuno è tanto lurido che il mio lavacro non lo deterga. Nessuno  è tanto puro da non aver bisogno del mio bagno. Venite. Non è acqua  questa. Vi sono fonti di miracolo che sanano le piaghe e i morbi della  carne. Ma questa è più di esse. Questa fonte sgorga dal mio petto.
 Ecco il Cuore squarciato da cui zampilla l’acqua che lava. Il mio Sangue  è la più limpida acqua che sia nel creato. In esso si annullano  infermità e imperfezioni. E bianca e integra torna la vostra anima,  degna del Regno.
Venite. Lasciate che Io vi dica: “Io ti assolvo!”  Apritemi il vostro cuore. In esso sono le radici dei vostri mali.  Lasciate che Io entri. Lasciate che Io sleghi le vostre bende. Vi fanno  ribrezzo le vostre piaghe? Viste alla mia luce vi appaiono qual sono:  brulicanti di vermi schifosi. Non le guardate. Guardate le mie.  Lasciatemi fare. Ho mano leggera. Non sentirete che una carezza… e tutto  sarà guarito. Non sentirete che un bacio e una lacrima. E tutto sarà  mondato.
O come belli sarete, allora, intorno al mio altare! Angeli  fra gli angeli del Ciborio. E grande gioia ne avrà il mio Cuore. Perché  sono il Salvatore e non disprezzo nessuno. Ma sono anche l’Agnello che  si pasce fra i gigli, e d’esser circondato di candore mi beo perché per  farvi candidi ho preso vita e ho dato vita.
O come vedo sorridervi il Padre e sfolgorarvi dei suoi fulgori l’Amore, perché non siete più macchiati di peccato!
 Venite alla fonte del Salvatore. Il mio Sangue scenda sull’animo  contrito e una voce, in cui è la mia, dica: “Io ti assolvo nel nome del  Padre, Figlio e Spirito Santo”.»
«“Uno di voi mi tradirà”.
Uno di voi! Sì, nella proporzione di uno a dodici uno di voi mi tradisce.
 Ogni tradimento è più penoso di una lanciata. Guardate l’Umanità del  vostro Redentore. Dalla testa ai piedi è tutta una ferita. La  flagellazione fa inorridire chi la medita e agonizzare chi la prova. Ma  fu strazio di un’ora. Voi che mi tradite mi flagellate il Cuore. Sono  secoli che lo fate.
Io vi ho amato. Io vi amo. Io vi compatisco. Io  vi perdono. Io vi lavo, levandomi il Sangue per farvene bagno  purificatore. E voi mi tradite.
Sono il Verbo di Dio. Sono glorioso  in Cielo. Ma in questo Cielo vi sono non solo come spirito. Vi sono  anche come Carne. La carne ha sentimenti e affetti. Perché volete  rinnovare a Me, continuamente, quel corrodente fuoco che è la vicinanza  di un traditore? Il Cielo è lontano? No, figli che mi tradite. Io sono  vicino a voi. Sono fra voi. E voi mi bruciate con la vampa del vostro tradire.
 Guardo, cercando un conforto, fra le diverse classi di persone. Ed in  ognuna incontro sguardi e sguardi di traditori. Perché mi tradite? Io  sto fra voi per farvi del bene. Perché mi volete fare del male? Io vi  porto i miei doni. Perché voi mi gettate contro mordenti aspidi? Io vi  chiamo: “Amici”. Perché voi mi rispondete: “Maledetto”? Che vi ho fatto?  Quale uomo conoscete che sia paziente e buono più di Me?
Guardate.  Quando siete felici nessuno vi abbandona. Ma se piangete, ma se la  ricchezza vi abbandona, ma se una malattia vi fa contagiosi, ecco che  tutti si allontanano da voi. Io resto. Anzi Io vi accolgo proprio  allora, perché allora venite. Non avete più nessuno con cui piangere e  parlare, e allora vi ricordate di Me. Ed Io non vi dico: “Va’ via, ché  non ti conosco”. Lo potrei dire perché infatti non siete mai venuti a  dirmi, mentre eravate ricchi, sani e felici: “Lo sono e te ne dico  grazie”.
Ma no. Non pretendo neppure questo, da chi non è già  gigante d’amore. Il “grazie” non lo pretendo. Mi basterebbe mi diceste:  “Sono felice”. Dirmelo. Non considerarmi estraneo a voi. Ricordarvi che  ci sono anche Io. Avere un pensiero per questo Gesù. Il “grazie” lo  direi Io per voi a Dio: Padre mio e vostro. Invece non venite mai. E  potrei dire: “Non vi conosco”. Invece, ecco che vi apro le braccia e  dico: “Vieni, ché piangiamo insieme”.
Guardate. Sono nelle carceri,  nelle celle piccole e avvilenti, seduto sullo stesso tavolaccio del  forzato, e gli parlo di una libertà più vera di quella che è oltre  quelle quattro mura, di una libertà che non teme più d’esser lesa da  colpe che vanno punite. Eppure quel carcerato è uno che mi ha tradito,  offendendo la mia legge d’amore. Forse ha ucciso. Forse ha rubato. Ma  ora mi chiama. Eccomi da lui. Il mondo lo sprezza. Io lo amo. Ho  chiamato “amico” colui che uccideva Me e mi derubava della vita. Posso  chiamare “amico” questo infelice che mi ritorna.
Sono, fiamma d’amore, presso i malati.  Le loro febbri conoscono la mia carezza, il loro sudore il mio sudario,  i loro languori il mio braccio che li sostiene, le loro angosce la mia  parola. Eppure molti sono malati per avermi tradito nella mia legge.  Hanno servito la carne. E la carne, pazza belva, si è perduta e li  perde, ora, anche nella vita. Pure eccomi che Io sono l’Unico che non mi  stanco del loro male e veglio con loro, e soffro con loro, e sorrido  alle loro speranze e, se appena il Padre lo vuole, le muto in realtà. Ma  se vedo che il decreto è di morte, ecco che prendo questo mio fratello,  che trema davanti al mistero della morte e che mi chiama, e gli dico:  “Non temere. Credi sia tenebra: è luce. Credi sia dolore: è gioia. Dàmmi  la tua mano. Conosco la morte. L’ho conosciuta prima di te. So che è un  attimo e che Dio soprannaturalmente sovviene ad attutire il sensorio  per non accasciare l’anima nella lotta estrema. Fidati. Guarda Me. Me  solo… Ecco! vedi? Hai passato la soglia. Vieni con Me ora, dal Padre.  Non temere neppure ora. Io sono con te. Il Padre ama chi amo”.
Sono nelle case deserte.  Prima erano liete di voci. È passata la morte o la miseria. Il  superstite si aggira solo. Gli amici fuggiti. Gli amati lontani, per  lavoro o per morte. Vi è il sole nel cielo, ma al superstite tutto è  tenebra. Vi è pace nell’aria notturna, ma per il superstite non c’è  riposo. Eppure molte volte in quella casa mi si è tradito, facendo delle  creature degli dèi. Si è amato idolatramente le creature tradendo la  mia legge. Ma Io entro e vengo a mettere un raggio nelle tenebre, a  infondere una pace dove è tempesta. Quel superstite mi ha chiamato…  Forse soprappensiero… forse senza vera volontà di avermi. Ma Io vado  senza ritardo.
Oh! che non chiedo che di esser con voi. Ogni ricordo cade, di passato errore, quando mi chiamate: “Gesù!”.
 Ma non mi flagellate il Cuore! È già aperto e svenato. Non invelenite  la sua ferita. E a quelli che mi hanno capito nel mio dolore di tradito  dico: “Uno di voi mi tradirà. Datemi il vostro amore fedele per  balsamo”. E lo dico a tutti. Ai santi, i prediletti miei come Dio. Ai  peccatori, i prediletti miei come Gesù. Perché anche i peccatori, per  cui divenni Gesù, possono medicarmi questa ferita.
Siete  samaritani? Lo so. Ma la mia parabola parla di un samaritano buono che  medica le ferite non medicate dai figli della Legge che passano oltre,  assorti nella fretta di servire Dio. Non sanno che Dio si serve più amando che facendo pratiche.
 Io sono il Ferito languente sulle vostre vie. I predoni mi hanno  assalito e spogliato. I predoni: coloro che indegnamente fruiscono del  mio sacrificio di Dio che si fa carne. Mi spogliano: negandomi con le  loro eresie molteplici i miei attributi. Spogliano la Verità perché  quella veste fa loro gola perché è splendente. Ma non sanno che splende  perché è indossata da chi è Sole e in mano a loro, che la coprono della  bava della loro mente superba, diviene straccio qualunque.
La Verità  è verità, e di questa luce illumina ogni cosa quando è vista unita a  Dio. Divisa, diviene linguaggio babelico. Perché la Verità è Scienza e  Sapienza. Ma avulsa da Dio diviene caos.
Voi medicatemi, anche se samaritani. Datemi il vostro olio e vino. L’olio: l’amore; il vino: la contrizione del vostro io. Medicatemi. Non vi sdegno. La peccatrice che ristora i miei piedi stanchi vi parli e dica se Io sprezzo il peccatore.
Ma non mi tradite mai più. Andate e non peccate più. Tutto vi perdono se tutto in voi mi ama. Datemi un bacio sincero. La mia guancia brucia per il bacio dei traditori. Medicatela col bacio della fedeltà.»
«“Amatevi l’un l’altro come Io vi ho amati”.
Dalla cuna alla croce. Da Betlem al monte Oliveto, vi ho amati.
 Il freddo e la miseria della prima mia notte nel mondo non mi hanno  impedito di amarvi collo spirito mio e, annichilendo Me stesso sino a  non poter dirvi, Io-Verbo: “Vi amo”, vi ho detto quelle parole con lo  spirito mio, inscindibile da quello del Padre e con esso operante in una  attività inesausta.
L’agonia della mia ultima notte sulla Terra non  mi ha impedito di amarvi. Anzi ha toccato le vette più alte dell’amore.  Anzi ha arso nell’incendio più vivo. Anzi ha consumato tutto quanto non  era amore sino a spremere, insieme al ribrezzo per il peccato e al  dolore del paterno abbandono, il sangue dalle mie vene.
Quale amore  più grande di quello che sa amare sapendosi odiato? Io vi ho amati così.  Il primo gesto delle mie mani, una carezza. L’ultimo, una benedizione. E  in mezzo a questi due gesti, nato il primo nel buio di una notte  d’inverno, l’ultimo nello splendore di un ardente mattino d’estate,  trentatré anni di gesti di amore, rispondenti ad altrettanti moti di  amore. Amore di miracoli, amore di carezze ai pargoli e agli amici,  amore di maestro, amore di benefattore, amore di amico, amore, amore,  amore…
E amore più che umano nell’ultima Cena. Prima d’essere legate  e trafitte, queste mie mani hanno lavato i piedi degli apostoli, anche  di colui al quale avrei voluto lavare il cuore, ed hanno spezzato il  pane. E mi spezzavo il Cuore con quel pane. Quello vi davo.  Perché sapevo prossimo il mio ritorno al Cielo e non volevo lasciarvi  soli. Perché sapevo come siete facili a dimenticarvi e volevo vi  vedeste, fratelli seduti ad un unico desco, intorno alla mia mensa, per  dirvi l’un l’altro: “Siamo di Gesù!”.
Quale amore più grande di  quello che sa amare chi lo tortura? Eppure Io vi ho amati così. E per  voi ho saputo pregare mentre morivo.
Amatevi come Io vi ho amati.  L’odio estingue la luce. Anche il semplice astio offusca la pace. Dio è  pace, è luce, perché Dio è amore. Ma se non amate, e [non] amate come Io  vi ho amati, non potrete avere Dio.
Come Io vi ho amati. Perciò  senza superbie. Da questo tabernacolo, da questa croce, da questo Cuore  non escono che parole di umiltà. Sono Dio e sono Servo vostro, e sto qui  in attesa che mi diciate: “Ho fame” per darmi Pane a voi. Sono Dio e mi  espongo ai vostri occhi su un legno che era patibolo infame, nudo e  maledetto. Sono Dio e vi prego di amare il mio Cuore. Vi prego.  Per amore vostro, perché se mi amate fate del bene a voi. Io sono Dio.  Con o senza il vostro amore sono sempre Dio. Ma voi no. Senza il mio  amore siete nulla: polvere.
Io vi voglio con Me. Vi voglio qui.  Voglio della vostra polvere fare una luce di beatitudine. Voglio che non  moriate. Ma viviate perché Io sono Vita e voglio che voi abbiate la  Vita.
Amatevi senza egoismi. Sarebbe un amore impuro, destinato a  morire di malattia. Amatevi volendo per gli altri più bene di quello che  non augurate a voi. È molto difficile. Lo so. Ma vedete questo  eucaristico Pane? Esso ha fatto i martiri. Erano creature come voi:  paurose, deboli, viziose anche. Questo Pane ne ha fatto degli eroi.
 Nel primo punto vi ho indicato il mio Sangue per vostra purificazione.  Al terzo punto, per fare di voi dei santi, vi indico questa Mensa e  questo Pane. Il Sangue da peccatori vi ha fatto giusti. Il Pane da  giusti vi fa santi. Un bagno monda ma non nutre. Rinfresca, ristora, ma  non si fa carne nella carne. Il cibo invece diviene sangue e carne,  diviene voi stessi. Il mio Cibo diviene voi stessi.
Oh!  pensate! Guardate un piccolo bambino. Oggi mangia il suo pane e domani  ancora e poi domani, e domani, e domani. Eccolo che si fa uomo: alto,  robusto, bello. È sua mamma che l’ha fatto così? No. Sua madre l’ha  concepito, portato, dato alla luce, allattato e amato, amato, amato. Ma  il piccolino, se dopo il latte non avesse avuto altro che bagni, baci e  amore, sarebbe perito di inedia. Quel piccolo si fa uomo per il cibo da  adulto che prende. Quell’uomo è tale perché prende giornalmente il suo  cibo.
Lo stesso è per il vostro io spirituale. Nutritelo  del Cibo vero che dal Cielo discende e che dal Cielo vi porta tutte le  energie per farvi virili nella Grazia. La virilità sana e forte è sempre  buona. Guardate come è più facile vedere uno, malazzato, essere aspro e  senza compatimento e pazienza. Il mio Cibo vi farà sani e forti nella  virilità dello spirito e saprete amare gli altri più di voi stessi, come  Io vi ho amati.
Perché, guardate, figli, Io vi ho amati non come uno ama se stesso. Ma più di Me stesso.  Tanto che mi sono posto a morte per salvare voi dalla morte. Se amerete  così, conoscerete Dio. Sapete cosa vuol dire conoscere Dio? Vuol dire  sapere il gusto della vera Gioia, della vera Pace, della vera Amicizia.
 Oh! l’Amicizia, la Pace, la Gioia di Dio! È premio promesso ai beati.  Ma esso è già dato a chi ama sulla Terra con tutto se stesso.
 L’amore per esser vero non è di parole. È di fatti. Attivo come la sua  fonte che è Dio. Né mai si stanca di operare neppure per delusioni che  vengono dai fratelli. Povero quell’amore che cade come uccello dalle ali  deboli quando un ostacolo lo ferisce! Il vero amore, anche ferito, sale.  Con l’unghia e col becco si arrampica, se più non può volare, per non  giacere nell’ombra e nel gelo, per essere nel sole, medicina di ogni  male. E appena rinvigorito ecco che riprende il volo. E va da Dio ai  fratelli e da questi a Dio, angelica farfalla che porta i pollini dei  celesti giardini per fecondare i terrestri fiori, e porta i profumi,  rapiti ai più umili fiori, a Dio perché li accolga e li benedica.
Ma guai se si allontana dal sole. Il Sole è la mia Eucarestia, perché in essa è benedicente il Padre, amante lo Spirito, mentre Io, il Verbo, opero.
Venite e prendete. Questo è il Cibo che ardentemente chiedo sia consumato da voi.»
«“Se rimanete in Me e rimane in voi la mia dottrina, vi sarà dato quel che chiedete”.
 Io scendo in voi e mi faccio cibo vostro. Ma, come Centro che Io sono, a  Me vi aspiro. Voi vi nutrite di Me, ma con più ragione Io mi nutro di  voi. Le due fami sono insaziabili e continue. La vite nutre i suoi  polloni. Ma sono i polloni che fanno la vite. L’acqua nutre i mari, ma  sono i mari che nutrono l’acqua, risalendo in evaporazioni per scendere  di nuovo. Perciò voi dovete rimanere in Me come Io in voi. Divisi, non  Io, ma voi morreste.
Io sono cibo per lo spirito e cibo per il  pensiero. Lo spirito si nutre della Carne di un Dio. Essenza effusa da  Dio, non può aver cibo che da ciò che è la sua matrice. Il pensiero si  nutre della mia Parola che è il Pensiero di un Dio.
Il vostro pensiero! L’intelligenza è quella che vi fa somiglianti a Dio perché nell’intelligenza è memoria, intelletto e volontà, come nello spirito è somiglianza per essere spirito, libero, immortale.
 Il vostro pensiero, per esser capace di ricordare, intelligere, volere  ciò che è bene, deve esser nutrito della mia dottrina. Essa vi ricorda i  benefici e le opere di Dio, chi è Dio, che si deve a Dio. Essa vi fa  comprendere il bene e discernerlo dal male. Essa vi fa volere  fare il bene. Senza la mia dottrina divenite schiavi di altre che hanno  nome “dottrina”, ma sono errori. E come navi senza bussola e timone voi  andate a naufragio. Uscite dalle rotte. E come potete allora dire: “Dio  mi ha abbandonato” quando siete voi che avete abbandonato Lui?
 Rimanete in Me. Se non vi rimanete, è segno che mi odiate. E il Padre  mio odia chi mi odia, perché chi odia Me odia il Padre essendo Io uno  col Padre. Rimanete in Me. Fate che il Padre non possa distinguere il  tralcio dalla vite tanto il tralcio è uno con essa. Fate che il Padre  non possa capire dove finisco Io e cominciate voi tanto la somiglianza è  piena. Chi ama finisce per prendere dell’amato inflessioni, intercalari  e gesti.
Io voglio che voi siate altrettanti Gesù. E questo perché  voglio che voi abbiate quanto chiedete – fusi a Me, non potete chiedere  che cose buone – e non abbiate a conoscere ripulse. E questo perché Io  voglio che abbiate più ancora di quanto chiedete, perché il Padre  effonde in un continuo flusso d’amore i suoi tesori sul Figlio suo. E  chi è nel Figlio fruisce di questa infinita effusione, che è l’amore di  Dio che si letifica nel suo Verbo e che circola in Lui. Ora Io sono il  Corpo e voi le membra, e perciò la Gioia che mi inonda e viene dal  Padre, la Potenza, la Pace, ogni altra perfezione che in Me circola, si  trasfonde in voi, miei fedeli che siete parte di Me, inscindibile qui e  oltre.
Venite e chiedete. Non abbiate paura di chiedere. Tutto  potete chiedere perché Dio tutto può dare. Chiedete per voi e per tutti.  Io vi ho insegnato. Chiedete per i presenti e per gli assenti. Chiedete  per i passati, i presenti, i futuri. Chiedete per questa vostra  giornata e per la vostra eternità, e per questa e quella di chi amate.
 Chiedete, chiedete, chiedete. Per tutti. Per i buoni perché Dio li  benedica. Per i malvagi perché Dio li converta. Dite con Me: “Padre,  perdona loro”. Chiedete: la salute, la pace in famiglia, la pace nel  mondo, la pace per l’eternità. Chiedete la santità. Sì, anche questa.  Dio è il Santo ed è il Padre. Chiedetegli, in un con la vita che vi  mantiene, la santità attraverso la Forza che viene da Lui.
Non  abbiate paura di chiedere. Il pane quotidiano e la benedizione  quotidiana. Non siete tutto corpo, non siete ancora tutto spirito.  Chiedete per questo e quello, e vi sarà dato. Non temete di osare  troppo. Io per voi ho chiesto la mia stessa gloria, anzi ve l’ho data  addirittura perché siate simili a Noi che vi amiamo e il mondo conosca  che siete figli di Dio.
Venite. In questo mio Cuore è il Padre  vostro. Entrate, ché Egli vi possa riconoscere e dire: “Si faccia gran  festa nei Cieli perché ho ritrovato un figlio che amavo”.»
«Ti ho  accontentata» dice Gesù. «Ho parlato sempre Io. Ho voluto parlasse la  mia eucaristica Voce. Abbiatela per mio regalo. Benedico te e tutti  quelli che l’ascolteranno.»

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