L'ape, il suo lavoro, il suo tesoro
[…] «Apri la porta, Giona. Esco un poco col mio discepolo. E se resti in questo luogo, non occorre che tu la rinchiuda dietro di noi. Sarò presto di ritorno», dice con bontà al servo agricoltore, che era rimasto interdetto con la grossa chiave in mano.
La portella, di ferro pesante, cigola nell’aprirsi, così come stride la chiave per far giuocare il congegno.
«Porta che si apre di rado», dice il servo sorridendo. «Eh! ti sei arruginita! Quando si sta in ozio ci si guasta… La ruggine, la polvere,… i monelli… È come per noi… Se non si lavora sempre intorno alla nostra anima!».
«Bravo Giona! Tu hai avuto un pensiero sapiente. Molti rabbi te lo invidierebbero».
«Oh! sono le mie api che me li suggeriscono… e le tue parole. Veramente sono le tue parole. Ma poi anche le api me le fanno capire. Perché niente è senza voce, se si sa intendere. E io dico: se esse, api, ubbidiscono all’ordine di chi le ha create e sono bestioline che non so dove possano avere cervello e cuore, io, che ho cuore, cervello e spirito, e che sento il Maestro, non devo saper fare ciò che fanno esse, e lavorare sempre, sempre per fare ciò che il Maestro dice di fare, e fare così bello il mio spirito, lucido, senza ruggine, polvere, fango e senza paglie, messi nei congegni dai nemici infernali, e sassi e altre insidie?».
«Dici proprio bene. Imita le tue api, e la tua anima diverrà un ricco alveare pieno di preziose virtù, e Dio verrà a godersi in esso. Addio, Giona. La pace sia con te».
Posa la mano sulla testa brizzolata del servo, che gli sta curvo davanti, ed esce sulla via andando verso dei prati di trifoglio rosso, belli come tappeti folti e alti, verde e cremisi. Su essi le api mettono scintille e ronzii, volando da fiore a fiore. […]