Parabola della stoffa strappata
«[…] Paragono l’anima ad una stoffa. Quando viene infusa è nuova, senza strappi. Ha solo la macchia originale, ma non ha ferite nella sua compagine, né altre macchie, né consunzioni. Poi, col tempo e per l’accoglimento dei vizi, si logora talora sino a recidersi, per le imprudenze si macchia, per i disordini si lacera. Ora, quando è lacerata, non bisogna fare un rammendo maldestro, origine a più numerosi strappi, ma un paziente e lungo rammendo perfetto, per annullare il più che si può la rovina fatta. E se troppo è lacerata la stoffa, anzi se è talmente lacerata da averne asportato un pezzo, non si deve superbamente pretendere di annullare la rovina da sé, ma andare da chi si sa che può rendere novellamente integra l’anima, perché tutto gli è concesso di fare e tutto Egli può fare. Parlo di Dio, mio Padre, e del Salvatore che Io sono. Ma l’orgoglio dell’uomo è tale che, più grande è la rovina della sua anima, e più cerca di rabberciarla con rimedi incompleti che creano un malanno sempre più grande.
Mi potrete obbiettare che uno strappo sempre si vedrà. Lo ha detto anche Salome. Sì, si vedranno sempre le ferite che un’anima ha subito. Ma l’anima lotta la sua battaglia, e perciò è conseguente che venga colpita. Tanti sono i nemici che ha d’attorno. Ma nessuno, vedendo un uomo coperto di cicatrici, segni di altrettante gloriose ferite ricevute in battaglia per conseguire vittoria, può dire: “Quest’uomo è immondo”. Dirà anzi: “Costui è un eroe. Ecco là i segni porpurei del suo valore”. Né mai si vedrà che un soldato eviti di farsi curare vergognandosi di una gloriosa ferita, ma anzi va dal medico e gli dice con santo orgoglio: “Ecco, ho combattuto e ho vinto. Non mi sono risparmiato. Tu lo vedi. Ora risarciscimi perché io sia pronto per altre battaglie e vittorie”. Invece colui che è piagato da malattie immonde, causate in lui da vizi indegni, colui si vergogna delle sue piaghe e davanti ai familiari e gli amici, e anche davanti ai medici, e talora è così assolutamente stolto che le tiene nascoste sinché il loro fetore non le disvela. Ma allora è troppo tardi per riparare.
Gli umili sono sempre sinceri, e anche sono dei valorosi che non hanno da vergognarsi delle ferite riportate nella lotta. I superbi sono sempre menzogneri e vili, e per il loro orgoglio giungono alla morte, non volendo andare da chi può guarirli e dirgli: “Padre, io ho peccato. Ma, se Tu vuoi, mi puoi guarire”. Molte sono le anime che, per l’orgoglio di non avere a confessare una colpa iniziale, giungono alla morte. E allora anche per esse è troppo tardi. Non riflettono che la misericordia divina è più potente e vasta di ogni cancrena, per potente e vasta che sia, e che tutto può risanare. Ma esse, le anime degli orgogliosi, quando si accorgono di aver sprezzato ogni salvezza, cadono in disperazione, poiché sono senza Dio e, dicendo: “È troppo tardi”, si danno l’ultima morte, quella della dannazione. […]»