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55 - VALTORTAVOX

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Voce narrante • DANIELA CIAVONI


55 - Parabola del FATTORE INFEDELEda L’Evangelo, 381.4-5

«[…] C’era dunque un ricco il  quale aveva un fattore. Alcuni, nemici di questo perché invidiosi del  buon posto che aveva, oppure molto amici del ricco e perciò premurosi  del suo benessere, accusarono il fattore al suo padrone: “Egli dissipa i  tuoi beni. Se ne appropria. Oppure trascura di farli fruttare. Sta’  attento! Difenditi!”.
Il ricco, udite le ripetute accuse, comandò al  fattore di comparirgli davanti. E gli disse: “Di te mi è stato detto  questo e quello. Come mai hai agito in tal modo? Dàmmi il rendiconto  della tua amministrazione perché non ti permetto più di tenerla. Non  posso fidarmi di te e non posso dare un esempio di ingiustizia e di  supinità che indurrebbe i conservi ad agire come tu hai agito. Va’ e  torna domani con tutte le scritture, che io le esamini per rendermi  conto della posizione dei miei beni prima di darli ad un nuovo fattore”.
E licenziò il fattore, che se ne andò pensieroso dicendo fra sé: “E  ora? Come farò ora che il padrone mi leva la fattoria? Economie non ne  ho perché, persuaso come ero di farla franca, tanto usurpavo tanto  godevo. Mettermi come contadino e sottoposto non mi va perché sono  disusato al lavoro e appesantito dai bagordi. Chiedere l’elemosina mi va  meno ancora. Troppo avvilimento! E che farò?”.
Pensa e pensa, trovò  modo di uscire dalla penosa situazione. Disse: “Ho trovato! Con lo  stesso mezzo come mi sono assicurato un bel vivere fino ad ora, d’ora in  poi mi assicurerò amici che mi ospiteranno per riconoscenza quando non  avrò più la fattoria. Chi benefica ha sempre amici. Andiamo dunque a  beneficare per essere beneficato e andiamoci subito, prima che la  notizia si sparga e sia troppo tardi”.
E andato dai diversi debitori  del suo padrone disse al primo: “Quanto devi tu al mio padrone per la  somma che ti prestò alla primavera di tre anni fa?”.
E l’interrogato rispose: “Cento barili d’olio per la somma e gli interessi”.
“Oh!  poverino! Tu, così carico di prole, tu afflitto da malattie nei figli,  dover dare tanto?! Ma non ti dette per un valore di trenta barili?”.
“Sì.  Ma avevo bisogno subito e lui mi disse: ‘Te lo do. Ma a patto che tu mi  dia quanto la somma ti frutta in tre anni’. Mi ha fruttato per un  valore di cento barili. E li devo dare”.
“Ma è un’usura! No. No. Lui  è ricco e tu sei appena fuori della fame. Lui è con poca famiglia e tu  con tanta. Scrivi che ti ha fruttato per cinquanta barili e non ci  pensare più. Io giurerò che ciò è vero. E tu avrai benessere”.
“Ma non mi tradirai? Se lo viene a sapere?”.
“Ti pare? Io sono il fattore, e ciò che giuro è sacro. Fa’ come ti dico e sii felice”.
L’uomo scrisse, consegnò e disse: “Te benedetto! Mio amico e salvatore! Come compensarti?”.
“Ma in nessun modo! Vuol dire che, se per te avessi a soffrire ed essere cacciato, tu mi accoglierai per riconoscenza”.
“Ma certo! Certo! Contaci pure”.
Il  fattore andò da un altro debitore, tenendo su per giù lo stesso  discorso. Costui doveva rendere cento staia di grano, perché per tre  anni la secca aveva distrutto le sue biade e aveva dovuto chiederne al  ricco per sfamare la famiglia.
“Ma non ci pensare a raddoppiare ciò  che ti ha dato! Negare il grano! Esigerne il doppio da uno che ha fame e  figli, mentre il suo tarla nei granai perché ce ne è in esuberanza!  Scrivi ottanta staia”.
“Ma se si ricorda che me ne ha date venti e venti e poi dieci?”.
“Ma che vuoi che ricordi? Io te li ho dati e io non voglio  ricordare. Fa’, fa’ così e mettiti a posto. Giustizia ci vuole fra  poveri e ricchi! Io già, se ero io il padrone, volevo solo le cinquanta  staia e forse condonavo anche quelle”.
“Tu sei buono. Fossero tutti come te! Ricordati che la mia casa ti è amica”.
Il  fattore andò da altri, tenendo lo stesso metodo, professandosi pronto a  soffrire per rimettere le cose a posto con giustizia. E offerte di  aiuti e benedizioni piovvero su lui.
Rassicurato sul domani, andò  tranquillo dal padrone, il qua-le a sua volta aveva pedinato il fattore e  scoperto il suo giuoco. Pure lo lodò dicendo: “La tua azione non è  buona e per essa non ti lodo. Ma lodarti devo per la tua accortezza. In  verità, in verità i figli del secolo sono più avveduti dei figli della  luce”. […]»

Spiegazioneda L’Evangelo, 381.5

«[…] E ciò che disse il ricco Io pure vi dico:  “La frode non è bella, e per essa Io non loderò mai nessuno. Ma vi  esorto ad essere, almeno come figli del secolo, avveduti con i mezzi del  secolo, per farli usare a monete per entrare nel regno della Luce”.  Ossia con le ricchezze terrene, mezzi ingiusti nella ripartizione e  usati per l’acquisto di un benessere transitorio che non ha valore nel  Regno eterno, fatevene degli amici che vi aprano le porte di esso.  Beneficate coi mezzi che avete, restituite quello che voi, o altri della  vostra famiglia, hanno preso senza diritto, distaccatevi dall’affetto  malato e colpevole per le ricchezze. E tutte queste cose saranno come  amici che nell’ora della morte vi apriranno le porte eterne e vi  riceveranno nelle dimore beate.
Come potete esigere che Dio vi dia i  suoi beni paradisiaci se vede che non sapete fare buon uso neppure dei  beni terrestri? Volete che, per un impossibile supposto, ammetta nella  Gerusalemme celeste elementi dissipatori? No, mai. Lassù si vivrà con  carità e con generosità e giustizia. Tutti per Uno e tutti per tutti. La  comunione dei santi è società attiva e onesta, è santa società. E  nessuno che abbia mostrato di essere ingiusto e infedele può entrarvi.
Non  dite: “Ma lassù saremo fedeli e giusti perché lassù tutto avremo senza  temenze di sorta”. No. Chi è infedele nel poco sarebbe infedele anche se  il Tutto possedesse, e chi è ingiusto nel poco ingiusto è nel molto.  Dio non affida le vere ricchezze a chi nella prova terrena mostra di non  sapere usare delle ricchezze terrene. Come può Dio affidarvi un giorno  in Cielo la missione di spiriti sostenitori dei fratelli sulla Terra,  quando avete mostrato che carpire e frodare, o conservare con avidità, è  la vostra prerogativa? Vi negherà perciò il vostro tesoro, quello che  per voi aveva conservato, dandolo a quelli che seppero essere avveduti  sulla Terra, usando anche ciò che è ingiusto e malsano in opere che  giusto e sano lo fanno.
Nessun servo può servire due padroni. Perché  o dell’uno o dell’altro sarà, o l’uno o l’altro odierà. I due padroni  che l’uomo può scegliere sono Dio o Mammona. Ma se vuole essere del  primo non può vestire le insegne, seguire le voci, usare i mezzi del  secondo».

Copyright © Fondazione Erede di Maria Valtorta onlus
Eventuali violazioni ai DIRITTI d'AUTORE, se DEBITAMENTE SEGNALATE a ezio1944@gmail.com - VERRANNO IMMEDIATAMENTE RIMOSSE
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