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40 - VALTORTAVOX

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Voce narrante • DANIELA CIAVONI


40 - La Parabola dei TALENTIda L’Evangelo, 281.9

[…] Gesù riprende calmo a esporre con la parabola il suo pensiero:
«Un  uomo, essendo in procinto di fare un lungo viaggio e una lunga assenza,  chiamò tutti i suoi servi e consegnò a loro tutti i suoi beni. A chi  diede cinque talenti d’argento, a chi due d’argento, a chi uno solo  d’oro. A ciascuno a seconda del suo grado e della sua abilità. E poi  partì.
Ora, il servo che aveva avuto cinque talenti d’argento andò a  negoziare con accortezza i suoi talenti, e dopo qualche tempo essi  gliene procurarono altri cinque. Quello che aveva avuto due talenti  d’argento fece lo stesso e raddoppiò la somma avuta. Ma quello al quale  il padrone aveva più dato — un talento d’oro schietto — preso dalla  paura di non saper fare, dei ladri, di mille cose chimeriche, e  soprattutto dall’infingardia, fece una grande buca in terra e vi nascose  il denaro del suo padrone.
Passarono molti e molti mesi e tornò il padrone. Chiamò subito i suoi servi perché rendessero il denaro avuto in deposito.
Venne  quello che aveva avuto cinque talenti d’argento e disse: “Ecco, mio  signore. Tu me ne desti cinque. Io, parendomi male di non fare fruttare  quanto mi avevi dato, mi sono industriato e ti ho guadagnato altri  cinque talenti. Di più non ho potuto…”. “Bene, molto bene, servo buono e  fedele. Sei stato fedele nel poco, volonteroso e onesto. Ti darò  autorità su molto. Entra nella gioia del tuo signore”.
Poi venne  l’altro dei due talenti e disse: “Mi sono permesso di usare i tuoi beni  per tuo utile. Ecco qui i conti che ti mostrano come ho usato il tuo  denaro. Vedi? Erano due talenti d’argento. Ora sono quattro. Sei  contento, mio signore?”. E il padrone dette al servo buono la stessa  risposta data al primo servo.
Venne per ultimo quello che, godendo  della massima fiducia del padrone, aveva avuto dallo stesso il talento  d’oro. Lo svolse dalla sua custodia e disse: “Tu mi hai affidato il  maggior valore, perché mi sai prudente e fedele, così come io so che tu  sei intransigente ed esigente e che non tolleri perdite nel tuo denaro,  ma se disgrazia ti incoglie ti rifai su chi ti è prossimo, perché in  verità mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso, non  condonando uno spicciolo al tuo banchiere o al tuo fattore, per nessuna  ragione. Tanto deve essere il denaro quanto tu dici. Ora io, temendo di  sminuire questo tesoro, l’ho preso e l’ho nascosto. Non mi sono fidato  di nessuno, neppure di me stesso. Ora l’ho dissotterrato e te lo rendo.  Eccoti il tuo talento”.
“O servo iniquo ed infingardo! In verità tu  non mi hai amato, poiché non mi hai conosciuto e non hai amato il mio  benessere perché l’hai lasciato inerte. Hai tradito la stima che avevo  posta in te, e da te stesso ti smentisci, ti accusi e condanni. Tu  sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso. E  perché allora non hai fatto che io potessi mietere e raccogliere? Così  rispondi alla mia fiducia? Così mi conosci? Perché non hai portato il  denaro ai banchieri, che lo avrei al ritorno ritirato con gli interessi?  A questo con particolare cura ti avevo istruito, e tu, stolto  infingardo, non ne hai fatto conto. Ti sia dunque levato il talento e  ogni altro bene e sia dato a quello che ha i dieci talenti”.
“Ma colui ne ha già dieci, mentre questo ne resta privo…”, gli obbiettarono.
“Bene  sta. A chi ha e, su quanto ha, lavora, sarà dato più ancora e fino alla  sovrabbondanza. Ma a chi non ha, perché non volle avere, sarà tolto  anche quello che gli fu dato. Riguardo al servo disutile, che ha tradito  la fiducia mia e lasciato inerti i doni datigli, gettatelo fuori dalla  mia proprietà e vada piangendo e rodendosi in cuor suo”.
Questa è la  parabola. Come tu vedi, o rabbi, a chi più aveva meno restò, perché non  seppe meritare di conservare il dono di Dio. E non è detto che uno di  quelli che tu chiami discepoli solo di nome, aventi ben poco da  negoziare perciò, e anche fra chi, ascoltandomi solo per accidente, come  tu dici, e avendo per unica moneta l’anima, non giungano ad avere il  talento d’oro, e i frutti dello stesso anche, che verrà levato ad uno  dei più beneficati. Infinite sono le sorprese del Signore, perché  infinite sono le reazioni dell’uomo. Vedrete gentili giungere alla Vita  eterna e samaritani possedere il Cielo, e vedrete israeliti puri e  seguaci miei perdere il Cielo e l’eterna Vita». […]

Copyright © Fondazione Erede di Maria Valtorta onlus


Eventuali violazioni ai DIRITTI d'AUTORE, se DEBITAMENTE SEGNALATE a ezio1944@gmail.com - VERRANNO IMMEDIATAMENTE RIMOSSE
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