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25 - VALTORTAVOX

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Voce narrante • DANIELA CIAVONI


25 - La Parabola dei PESCATORIda L’Evangelo, 239.5

Gesù inizia a parlare:
«Dei  pescatori uscirono al largo e gettarono nel mare la loro rete, e dopo il  tempo dovuto la tirarono a bordo. Con molta fatica compivano così il  loro lavoro per ordine di un padrone che li aveva incaricati di fornire  di pesce prelibato la sua città, dicendo loro anche: “Però quei pesci  che sono nocivi o scadenti non state neppure a trasportarli a terra.  Ributtateli in mare. Altri pescatori li pescheranno e, poiché sono  pescatori di un altro padrone, li porteranno alla città dello stesso,  perché là si consuma ciò che è nocivo e che rende sempre più orrida la  città del mio nemico. Nella mia, bella, luminosa, santa, non deve  entrare nulla di malsano”.
Tirata perciò a bordo la rete, i  pescatori iniziarono il lavoro di cernita. I pesci erano molti, di  diverso aspetto, grossezza e colore. Ve ne erano di bell’aspetto, ma con  una carne piena di spine, dal cattivo sapore, dal grosso buzzo pieno di  fanghiglia, di vermi, di erbe marce che aumentavano il sapore cattivo  della carne del pesce. Altri invece erano di brutto aspetto, un muso che  pareva il ceffo del delinquente o di un mostro da incubo, ma i  pescatori sapevano che la loro carne è squisita. Altri, per essere  insignificanti, passavano inavvertiti. I pescatori lavoravano,  lavoravano. Le ceste erano colme di pesce squisito ormai e nella rete  erano i pesci insignificanti. “Ormai basta. Le ceste sono colme.  Gettiamo tutto il resto a mare”, dissero molti pescatori.
Ma uno,  che poco aveva parlato, mentre gli altri avevano magnificato o deriso  ogni pesce che capitava loro fra le mani, rimase a frugare nella rete e  tra la minutaglia insignificante scoperse ancora due o tre pesci, che  mise al disopra di tutti nelle ceste. “Ma che fai?”, chiesero gli altri.  “Le ceste sono complete, belle. Tu le sciupi mettendovi sopra per  traverso quel povero pesce lì. Sembra che tu lo voglia celebrare come il  più bello”. “Lasciatemi fare. Io conosco questa razza di pesci e so che  rendimento e che piacere dànno”.
Questa è la parabola, che finisce  con la benedizione del padrone al pescatore paziente, esperto e  silenzioso, che ha saputo discernere fra la massa i migliori pesci. […]»

Spiegazione

«[…]  Il padrone della città bella, luminosa e santa, è il Signore. La città è  il Regno dei Cieli. I pescatori, i miei apostoli. I pesci del mare,  l’umanità nella quale è presente ogni categoria di persone. I pesci  buoni, i santi.
Il padrone della città orrida è Satana. La città  orrida, l’Inferno. I suoi pescatori, il mondo, la carne, le passioni  malvagie incarnate nei servi di Satana sia spirituali, ossia demoni, sia  umani, ossia uomini che sono i corruttori dei loro simili. I pesci  cattivi, l’umanità non degna del Regno dei Cieli: i dannati.
Fra i  pescatori delle anime per la Città di Dio ci saranno sempre quelli che  emuleranno la capacità paziente del pescatore che sa perseverare nella  ricerca, proprio negli strati dell’umanità, dove altri suoi compagni,  più impazienti, hanno levato solo le bontà che appaiono tali a prima  vista. E vi saranno purtroppo anche pescatori che, per essere troppo  svagati e ciarlieri, mentre il lavoro di cernita esige attenzione e  silenzio per udire le voci delle anime e le indicazioni soprannaturali,  non vedranno pesci buoni e li perderanno. E vi saranno quelli che per  troppa intransigenza respingono anche anime che non sono perfette  nell’aspetto esteriore ma ottime per tutto il resto.
Che vi importa  se uno dei pesci che catturate per Me mostra i segni di lotte passate,  presenta mutilazioni prodotte da tante cause, se poi queste non ledono  il suo spirito? Che vi importa se uno di questi, per liberarsi dal  Nemico, si è ferito e si presenta con queste ferite, se il suo interno  mostra la sua chiara volontà di voler essere di Dio? Anime provate,  anime sicure. Più di quelle che sono come infanti salvaguardati dalle  fasce, dalla cuna e dalla mamma, e che dormono sazi e buoni, o sorridono  tranquilli, ma che però possono in seguito, con la ragione e l’età, e  le vicende della vita che avanzano, dare dolorose sorprese di deviazioni  morali.
Vi ricordo la parabola del figliuol prodigo. Altre ne  udrete, perché sempre Io mi studierò a infondervi un retto discernimento  nel modo di vagliare le coscienze e di scegliere il modo con cui  guidare le coscienze, che sono singole, ed ognuna, perciò, ha il suo  speciale modo di sentire e di reagire alle tentazioni e agli  insegnamenti.
Non crediate facile l’essere cernitore di animi.  Tutt’altro. Ci vuole occhio spirituale tutto luminoso di luce divina, ci  vuole intelletto infuso di divina sapienza, ci vuole possesso delle  virtù in forma eroica, prima fra tutte la carità. Ci vuole capacità di  concentrarsi nella meditazione, perché ogni anima è un testo oscuro che  va letto e meditato. Ci vuole unione continua con Dio, dimenticando  tutti gli interessi egoisti. Vivere per le anime e per Dio. Superare  prevenzioni, risentimenti, antipatie. Essere dolci come padri e ferrei  come guerrieri. Dolci per consigliare e rincuorare. Ferrei per dire:  “Ciò non è lecito e non lo farai ”. Oppure: “Ciò è bene si faccia e tu lo farai  ”. Perché, pensatelo bene, molte anime saranno gettate negli stagni  infernali. Ma non saranno solo anime di peccatori. Anche anime di  pescatori evangelici vi saranno: quelle di coloro che avranno mancato al  loro ministero, contribuendo alla perdita di molti spiriti. […]»
L’Evangelo come mi è stato rivelato, 239.5

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